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 I piedi di Elisa - 23/03/2015 - letto volte

Sesso tra adolescenti a ferragosto. Ed io che mi faccio una sega sui piedi nudi di Elisa...

1. Le mie prime avvisaglie fetish
Le resine dei pini dopo la prima pioggia erano l'odore che preferivo. Con quel nitore che accompagna il sole, ritrovato, ricordandoci dell'estate.

È l'estate del 1996, ribollita ormonale al campeggio tra acne e suonate in spiaggia, amori esotici e seghe.
Io un ragazzo chiuso, pieno di interessi, bruttino ma non da buttare. Il classico teenager che attende di sbocciare dietro una timida peluria e i modi evanescenti del geek.

Ero ancora un bocciolo ma conoscevo l'entusiasmo quando, il 14 agosto, si andava a raccogliere la legna per il falò. Per preparare la notte in cui “succede sempre qualcosa”, in cui le ragazze si ubriacano e la danno senza ritegno. In cui è possibile scopare.

Già all'epoca manifestavo una propensione non comune per il feticismo. Ok, mi piacevano i culi delle ragazze, ma adoravo i loro piedini, li contemplavo come in estasi e il mio sguardo era incollato a terra nelle passeggiate solitarie in cerca di input da sega..

  2. Della sega sui piedini di Elisa
Quando accendemmo il fuoco, quel 14 notte, io ero l'ultimo tra i maschi non alfa, il maschio zeta che se ne sta accoccolato nei pensieri. Suonavo cose strane alla chitarra, altro che Battisti e Baglioni. Suonavo per non essere ascoltato.

Ma i piedi di Elisa quelli si che meritavano attenzione.

Nudi per accarezzare la sabbia. Nudi come lei, 18 anni tronfi di vitalità ed esuberanza.

Avrei dato non so cosa per scoparmela, cioè per fare qualcosa che magari non era scopare ma implicava l'incontro di un cazzo (il mio) e della sua carne (non necessariamente la vagina). Insomma mi accontentavo di una sega.

E bevvi come una spugna, vodka alla fragola e gin lemon, vino da 2000 lire e miscele improponibili. Assorbii ogni cosa mentre l'aria perdeva consistenza. E i piedi nudi delle ragazze si moltiplicavano.

I ragazzi si toccavano, si ammucchiavano, si accoppiavano. Tra abbracci e pennichelle, infrattamenti e misteriose sparizioni, tutti sprofondavano in una qualche mollezza. Ombre barcollavano nel buio della notte, lungo la spiaggia puntellata dai falò come a fare da specchio al cielo stellato.

Io?

Io vedevo danzare il mondo, con il mio bicchiere di plastica tra le dita. Ma avevo ancora voglia di toccare qualche culo, di intrecciarmi con una femmina.

Fu allora, ai margini della pineta su una grossa duna, che vidi Elisa.

Era sola, nonostante i maschi che notoriamente le ronzano attorno. Sola in una qualche trance privata, vera o presunta, affondata di spalle nella sabbia. Sola con il suo culo sodo duna tra le dune. Sola e arrapante.

Mi chinai, la guardai. Le sfiorai una gamba. Le uscì un “mmmh” biascicato, come se avessi interrotto il suo sonno.

Mi conosceva bene, ma dubito che mi avrebbe ri-conosciuto.

Le accarezzavo una gamba, mentre biascicavo qualcosa tipo “vuoi un pò di vino?”. Vedendo che non resisteva al mio tocco, continuai.

Continuai mentre il mio cazzo, nonostante il tasso alcolico nel sangue, si sollevava dal secolare sonno risvegliando arcani pruriti.

Continuai spostandomi sulle sue chiappe, trovandole sode, palpandole per bene, a fondo, perchè non avevo mai toccato il culo di una ragazza.

Sarò andato avanti così almeno 20 minuti, una mano sul culo e l'altra sui piedini, a turno, così piccoli e carnosi e pieni di sabbia.

20 minuti, tutti e due andati. Ma il secondo cervello, tra le gambe, manteneva la sua crudele lucidità. La mano provò a calare leggermente il pantalone di Elisa, e vista la non-opposizione andò avanti. Finchè il culo, quel magnifico culo, non era nudo e duro davanti a me.

No, non ero proprio il tipo che si sarebbe scopato una ragazza in stupro mode, approfittando di lei. Non ne sarei mai stato capace.

L'unica cosa che mi premeva era tirare fuori l'uccello.

E lo feci, senza pietà smanettandomi furiosamente davanti al culo e ai deliziosi piedini della diciottenne.

Una disperata sega carica di anni di Colpo Grosso, giornaletti e culi solo sognati. Una sega velocissima e stonata, gonfia di desiderio.

Mi bastarono 2 minuti.

2 minuti per svuotarle i coglioni proprio lì, sul palmo di quei piedini ancora intrisi di sabbia e salsedine. Piedi ora bagnati dalla mia glassa calda, finalmente, arrivata copiosa e densa.

E poi una scia di goccioline a scavare la duna.

Le sollevai i pantaloni e stetti a guardare, inebetito. I piedi riversi con grumi di sborra e sabbia, lei impassibile e fatta, nel suo sonno etilico.

Nessun ricordo avrebbe avuto di quella notte. Almeno credevo.

Perchè un giorno, qualche mese fa, risentendola su Facebook le ho raccontato tutto. E lei...

(Questa, ovviamente, è un'altra storia...).   

Anonimo

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